Non è roba per bambin*: educazione sessuo-affettiva, consenso e famiglia

Grazie Equality Cooperativa Sociale e Associazione Epimeleia. 
Grazie Corinna Morini e Camilla Girotti.

Spesso durante le fiere del libro mi è capitato di assistere alle reazioni dei genitori davanti ai figli o alle figlie che si mettevano a sfogliare libri come La sessualità spiegata ai bambini e alle bambine. A volte sono state scene dolcissime, piene di attenzione e curiosità assecondata, altre volte sono diventati momenti di pura disperazione, come quella volta che una ragazza di 14 anni (comunque ben vestita, truccata, pettinata bene: insomma, già in qualche modo consapevole del suo corpo, o almeno, del fatto che il suo corpo possa venire percepito, guardato) ha iniziato a sfogliare il titolo di cui sopra (indicato per 6+) e il padre con un gesto piuttosto aggressivo e deciso (e silenzioso) gliel’ha tolto dalle mani, senza alcuna ironia. 

Queste situazioni muovono sempre molte domande: perché questa reazione? È paura, è controllo? Sono entrambe? Cosa pensiamo possa produrre (pensare di) impedire ai figli l’accesso a informazioni, saperi? Pensiamo davvero possa proteggere qualcun*, in caso chi e come esattamente? In nome di cosa, a servizio di cosa? In questo mare in tempesta, per queste righe ho pensato che una piccola boa, per provare intanto ad aggrapparsi a qualcosa, potesse essere quella di provare a leggere la fase storica in cui siamo, proprio dal punto di vista legislativo, per osservare la morsa di leggi e DDL in cui ci troviamo, soprattutto grazie allo sguardo di chi di queste tematiche si occupa quotidianamente. 


Non sono neanche lontanamente una giurista (lo sono nella misura in cui a 7 anni dopo aver letto Per questo mi chiamo Giovanni ho pensato che sarei diventata una magistrata), ma proverò comunque a fare un piccolo schema di alcune cose successe nell’ultimo anno e che ci mostrano una situazione piuttosto… inquietante. 

  1. DDL VALDITARA

La legge 104 del 9 giugno 2026 — quella che fino a poco tempo fa chiamavamo ddl Valditara — stabilisce che per partecipare alle attività scolastiche riguardanti temi attinenti alla sessualità gli studenti minorenni debbano ricevere il consenso informato preventivo dei genitori. La scuola deve mettere a disposizione i materiali didattici, indicare obiettivi, contenuti, metodologie ed eventuali esperti esterni. Nella scuola dell’infanzia e nella primaria, invece, queste attività vengono escluse, ferme restando le Indicazioni Nazionali.

Il ministro Valditara ha presentato la legge come uno strumento per proteggere bambini e adolescenti dalla “confusione della propaganda gender” e per restituire voce alle famiglie sulle questioni relative all’identità di genere.

Ovviamente qui per “famiglia” si intende la famiglia tradizionale pensata come fondamento della nazione, cioè un’idea di famiglia privata e limitata dalle mura domestiche. 

  1. Negli stessi mesi, le parole consenso e dissenso sono entrate in un’altra discussione parlamentare. Il testo approvato dalla Camera nel novembre 2025 proponeva di definire la violenza sessuale attraverso l’assenza di un consenso libero e attuale. Nel testo unificato presentato al Senato dalla relatrice Giulia Bongiorno, il centro della formulazione diventa invece l’atto sessuale compiuto “contro la volontà” della persona. La proposta specifica che la volontà contraria deve essere valutata nel contesto e che l’atto è contrario alla volontà anche quando viene commesso a sorpresa o approfittando dell’impossibilità di esprimere il dissenso. Ma il baricentro linguistico cambia: dall’esistenza di una partecipazione libera alla riconoscibilità di una volontà contraria. Il provvedimento, in ogni caso, non è ancora stato approvato definitivamente. Non è una sostituzione neutrale. Chiedersi se ci fosse consenso significa domandarsi che cosa rendesse possibile una partecipazione libera, attuale e revocabile. Chiedersi se l’atto fosse contro la volontà rischia di far tornare l’attenzione sul comportamento della persona offesa: come è stata espressa quella volontà? Era comprensibile? Ha detto no? Ha provato ad andarsene? Perché è rimasta immobile? È una diversa organizzazione delle domande con cui guardiamo la scena.
  1. Mentre pensavo di aver finito di scrivere questa newsletter, è successa un’altra cosa, per cui forse non è immediato il collegamento, ma mi sembra proprio mostrare un cortocircuito. 

Tra i quattordici e i diciotto anni una persona può già essere considerata imputabile, ma oggi il giudice deve accertarne concretamente la capacità di intendere e di volere. Il disegno di legge governativo approvato dal Consiglio dei ministri il 23 luglio 2026 introdurrebbe invece una presunzione relativa di imputabilità: la capacità sarebbe presunta, salvo elementi che dimostrino il contrario.

Mi pare che questo incrocio di elementi racconti innanzitutto di una distribuzione selettiva dell’autonomia: presa molto sul serio sul terreno della responsabilità penale, subordinata alla volontà adulta quando riguarda l’accesso ai saperi (sul proprio stesso corpo e sulle relazioni con gli altri).

Si sta stagliando di fronte a noi una buona quantità di parole (consenso, genere, educazione sessuo-affettiva ecc.) per cui a questo punto ho chiesto un grande aiuto a due persone: Corinna Morini, di Equality Cooperativa Sociale, e Camilla Girotti, di Associazione Epimeleia.
Ho fatto loro alcune domande per provare a costruire uno sguardo su questa congiuntura. 


Innanzitutto ho chiesto a Corinna di aiutarci ad avere un po’ di senso dell’orientamento intorno alla parola consenso. 

“Prima di risponderti, forse partirei da una piccola premessa. Quello che ti condivido nasce soprattutto dal modo in cui lavoriamo in Equality. Siamo una cooperativa sociale e il nostro sguardo è prima di tutto sociale, storico e filosofico, intrecciato con strumenti pedagogici e anche psicologici. Non ci occupiamo di educazione affettiva come “esperte di sessualità”, ma come persone che ogni giorno lavorano con gruppi, scuole, comunità e relazioni. Per questo, su questi temi, il nostro punto di partenza è quasi sempre una domanda: che cosa rende possibile una relazione più libera, più giusta e più consapevole? È da lì che nasce anche il modo in cui parliamo di consenso. É un tema che attraversa tantissimo il nostro lavoro. 

Il consenso non è una parola che riguarda solo la sessualità. È una competenza relazionale e, prima ancora, uno strumento per imparare a prestare attenzione a sé stessɜ. La prima definizione che mi viene da dare è quella che ho mutuato da realtà e pratiche di condivisione anche tra colleghe, associazioni come Epimeleia, con cui collaboriamo spesso, e realtà che hanno expertise sul territorio (SAT Pink, Boramosa, Centro Antidiscriminazioni LGBT+ “Mariasilvia Spolato”, Centro Veneto Progetti Donna, Non Una di Meno, Collettivo Squeert ecc.) ed è questa: il consenso è anzitutto un processo. Non è qualcosa di fisso o immutabile, non è un sì o un no pronunciati una volta per tutte. Esiste dentro la relazione, cambia insieme alle persone, ai contesti, ai desideri, ai limiti. Per questo preferiamo parlarne come di una pratica piuttosto che come di una regola. 

Nei laboratori il consenso ci serve innanzitutto per riportare le persone al centro di sé. A chiedersi: come sto? Cosa desidero? Cosa mi fa stare bene? Dove voglio mettere un limite? Ma contemporaneamente anche a fare lo stesso movimento verso l’altra persona: come sta? Cosa desidera? Quali limiti vuole porre? E qui c’è una cosa che ripetiamo spesso: dell’altra persona non sappiamo niente, se non glielo chiediamo. Non possiamo immaginare, interpretare o dare per scontato ciò che sente o desidera. Parlare di consenso significa anche riconoscere una cosa molto semplice ma che spesso dimentichiamo: dire sì e dire no è difficile. Non sempre abbiamo le parole, il coraggio o perfino la chiarezza per capire cosa vogliamo. A volte è difficile portarsi nella relazione, esporsi, nominare un limite o un desiderio. E se questo è vero per noi, può esserlo anche per le altre persone. Per questo parlare di consenso non dovrebbe produrre paura o immobilismo, ma allenare alla delicatezza, all’ascolto e all’attenzione reciproca. 

Da qui arriviamo a un altro concetto che per noi è fondamentale: l’agentività. Parlare di consenso significa parlare della possibilità che ciascuna persona ha di fare accadere le cose nella propria vita. Di scegliere, proporre, rifiutare, cambiare idea, fermarsi, negoziare, stare, trasformare una situazione. Tutti questi sono atteggiamenti che danno sostanza alla relazione e restituiscono alle persone la possibilità di essere soggettività attive e non semplicemente destinatari delle decisioni altrui. 

Il consenso diventa quindi una parola attraverso cui parlare dei corpi, delle differenze, dei desideri, dei confini, ma soprattutto dell’importanza di farsi domande e cercare di potersi mettere realmente in discussione, ascoltarsi. Di chiedersi: perché sto facendo questa cosa? Lo voglio davvero? L’altra persona lo vuole? Come stiamo dentro questa relazione? In questo senso il consenso ci permette di parlare della relazione come di un “tra“. La relazione non è semplicemente la somma di due individui: è qualcosa che si costruisce insieme, un terzo spazio di cui entrambe le persone sono responsabili. Ed è proprio questa idea che rende il consenso una pratica di responsabilità reciproca, molto prima che una questione giuridica. 

Nei laboratori partiamo dalle relazioni quotidiane: un gioco, un conflitto, una decisione presa insieme, il desiderio di avvicinarsi a qualcuno, il rispetto degli spazi, la possibilità di dire “no”, di cambiare idea o di ascoltare il rifiuto dell’altra persona. Quando il consenso viene compreso come competenza relazionale, poi diventa molto più semplice riconoscerlo anche nella sfera affettiva e sessuale. Una cosa che “ci stupisce ma non ci stupisce sempre” è che ragazze e ragazzi hanno tantissima voglia di confrontarsi su questi temi. Spesso manca semplicemente uno spazio in cui poterlo fare senza essere giudicatɜ. Quando capiscono che non stiamo cercando la risposta giusta ma stiamo costruendo insieme delle domande, succedono conversazioni profondissime. Abbiamo incontrato anche resistenze, soprattutto da parte di alcune persone adulte che immaginano questi percorsi come un indottrinamento o come un’anticipazione della sessualità. Nella nostra esperienza accade esattamente il contrario: parlare di consenso significa educare all’ascolto, alla comunicazione, alla responsabilità, alla cura e al rispetto reciproco. Ed è bello dire anche che, molto spesso, quelle che partivano con più diffidenza sono poi le scuole e le insegnanti che ci chiedono di tornare l’anno successivo.”

Le ho chiesto poi come si inserisce la legge Valditara in questo scenario: se ha delle conseguenze materiali sul lavoro della cooperativa (non solo le conseguenze più prevedibili, anche più laterali, banalmente perché agisce sul linguaggio, sui sospetti o meno dei genitori di parlare di affettività ecc.) e secondo lei, dato il suo lavoro e il suo posizionamento, a servizio di cosa lavora questa legge, in che quadro si inserisce, cosa ci mostra, quali sono i rischi. 

“Qui invece proverei a tenere insieme due piani: quello normativo e quello politico. Il dato è chiaro. La legge introduce l’obbligo del consenso preventivo delle famiglie per i percorsi dedicati all’affettività e alla sessualità nelle scuole secondarie e ne impedisce lo svolgimento nella scuola dell’infanzia e nella primaria.  

Per noi, però, questa legge non è un episodio isolato. Si inserisce dentro una storia molto più lunga. Il problema, infatti, nasce prima di Valditara. In Italia l’educazione alle relazioni, all’affettività, al consenso e alle differenze non è mai stata considerata una parte fondamentale del percorso educativo, al pari delle altre discipline. È sempre rimasta qualcosa di marginale, affidato alla sensibilità delle singole scuole, delle insegnanti o delle associazioni che entravano nelle classi. Non è mai stata davvero riconosciuta come un diritto educativo. Ed è proprio questa fragilità che oggi permette di limitarla così facilmente. Questa legge, secondo noi, racconta un’idea di educazione molto precisa. Una concezione educativa che tende a rispondere ai conflitti attraverso il controllo, la regolazione e la limitazione degli spazi di confronto, invece che attraverso la costruzione di strumenti critici e relazionali. Una concezione che sembra avere più fiducia nel controllo che nella capacità delle persone di sviluppare strumenti per leggere la complessità delle relazioni. 

Per noi è quasi il contrario. Educare significa dare strumenti perché le persone possano comprendere ciò che vivono, abitare i conflitti, riconoscere la violenza, costruire relazioni libere e assumersi responsabilmente la possibilità di trasformarle. Quando questi strumenti vengono resi più difficili da raggiungere, non diminuisce la complessità delle relazioni. Diminuisce semplicemente la possibilità di comprenderla, di attraversarla con consapevolezza e di trasformarla. Per questo facciamo anche fatica a leggere l’introduzione del consenso preventivo delle famiglie come un reale ampliamento della loro libertà decisionale. Ci sembra, piuttosto, che si scarichi sulle famiglie una responsabilità enorme senza aver mai costruito davvero le condizioni perché possano esercitarla. Molti genitori e molte famiglie non hanno avuto occasione di confrontarsi con questi temi, di acquisire strumenti o di essere accompagnati. E questo non è un limite individuale: è il risultato della stessa assenza educativa che stiamo descrivendo.

La scuola, secondo noi, dovrebbe fare esattamente l’opposto. Non sostituirsi alle famiglie, ma sostenerle. Costruire alleanze educative, creare spazi di confronto, offrire strumenti anche agli adulti. Perché consenso, affettività e relazioni non sono competenze che si acquisiscono automaticamente diventando genitori. 

C’è poi un altro elemento che, come realtà che lavora nelle scuole, ci preoccupa molto. Sappiamo che la maggior parte delle violenze e degli abusi avviene nei contesti relazionali e familiari. È quindi inevitabile domandarsi quali possibilità avranno di accedere a questi percorsi proprio le ragazze e i ragazzi che vivono nei contesti più rigidi o violenti. Chi avrebbe maggiore bisogno di trovare nella scuola uno spazio di parola, di riconoscimento e di prevenzione rischia di essere proprio chi ne resterà escluso più facilmente. Ed è questo, forse, il punto politico che ci preoccupa di più. 

Ed è per questo che continueremo a difendere l’educazione alle relazioni come parte essenziale della scuola pubblica. Non come un contenuto accessorio o opzionale, ma come una condizione necessaria per costruire una società più libera, più giusta e capace di prevenire la violenza attraverso la cultura, le relazioni e l’autonomia delle persone.”


Ho posto delle domande simili anche a Camilla, di Associazione Epimeleia.

Negli ultimi anni l’educazione sessuo-affettiva è stata raccontata sempre più spesso come qualcosa da controllare, da autorizzare (da cui difendersi?). Dal vostro punto di vista, cosa racconta questa narrazione? A servizio di quale idea di scuola e di educazione (e più ampiamente, anche di relazioni) agisce? E più specificatamente ti chiedo quali sono le conseguenze che produce proprio per il lavoro di associazioni come Epimeleia. 

“Educazione sessuo-affettiva significa accompagnare bambine e bambini, ragazze e ragazzi nell’affrontare e trovare risposte nella crescita. Affinare la capacità di ascolto di sé, del proprio corpo, di lettura delle relazioni. Conoscere come e quando stiamo bene per saper definire e tutelare i propri confini e costruire relazioni di rispetto e fiducia. Domande che con grande insistenza ci arrivano dalle persone piccole, dalle adolescenti e anche dai genitori, sempre più alla ricerca di strumenti pedagogici. L’educazione sessuo-affettiva è uno strumento formativo che prevede alleanze tra diverse agenzie educative: la scuola, le famiglie, esperte di settore, la comunità educante nel suo complesso.

Questo governo ha una visione autoritaria della scuola: la legge sul consenso informato arriva dopo le nuove indicazioni nazionali per il primo e secondo ciclo e dopo la riforma dei licei e dei tecnici. Guardando l’insieme si vede una scuola sempre più votata alla costruzione della nazione —  bianca, binaria, disciplinata —  e sempre meno alla libertà di pensiero e di dissenso. La legge sul consenso informato (ddl Valditara), in particolare, subordina all’autorizzazione delle famiglie i percorsi di educazione sessuale e affettiva. Questo crea una grave forma di disuguaglianza: tra chi cresce in una famiglia dove si può parlare di corpo, cambiamenti, sessualità e relazioni, e chi cresce in una famiglia dove, per le ragioni più diverse, non se ne può parlare. È anche l’affermazione del primato della famiglia (il privato) sulla scuola (il pubblico). 

L’attacco colpisce in particolare le persone e le forme relazionali che escono dalla norma eterosessuale e binaria: c’è il tentativo di stabilire cosa è normale e accettabile e cosa no, costruendo un terreno culturale che legittima le forme di violenza omo-lesbo-bi-transfobica, diffusissime nelle scuole di ogni ordine e grado, e spesso alla base di episodi di bullismo e cyberbullismo. Per questo non è solo una questione burocratica, ma educativa, sociale e politica a tutto tondo.

Per la nostra associazione significherà sottoporre i materiali che usiamo in classe al vaglio delle famiglie. Sia nelle scuole primarie sia in quelle secondarie di primo grado, prima di entrare in classe facciamo sempre un incontro di presentazione del progetto ai genitori, perché per noi è importante conoscersi, condividere strumenti utili al ruolo genitoriale, raccogliere dubbi, domande, paure: agenzie educative diverse che collaborano per il benessere di bambine, bambini e ragazz*. Da settembre, invece, il DDL vieta esplicitamente di parlare di temi inerenti la sessualità nelle scuole primarie (bisognerà poi vedere i decreti attuativi come faranno a far convivere il divieto con l’autonomia scolastica), mentre nelle secondarie i genitori si troveranno nella posizione di valutatori — non si sa con quale competenza — dei nostri materiali. Rischiamo di entrare in classe con il mandato di non usare certe parole, di non nominare certi argomenti, finendo per rinforzare il tabù che già esiste su sessualità, affettività, relazioni.”

Le ho chiesto, infine, rispetto al DDL Bongiorno, cosa produce uno spostamento dal consenso al dissenso, e come questo spostamento struttura un linguaggio che parla e pensa i corpi in un modo specifico?

“Consenso e dissenso sono due parole centrali nel nostro lavoro in classe: educare al consenso nelle relazioni, diritto ad esprimere il proprio dissenso, diritto a dire di no e che il mio no venga ascoltato… Nel ddl Valditara e nel ddl Bongiorno queste due parole — che sono anche concetti fondamentali per i movimenti femministi — vengono prese e cambiate di segno: il consenso diventa il “permesso” dato dalla famiglia e il dissenso non più il diritto a dire di no e venire ascoltata, ma la prova di aver detto di no in modo sufficientemente convincente.”


Ciò che è stato detto fino ad ora non vuole togliere alle famiglie il diritto e la responsabilità a educare i propri figli: le famiglie possono certo accompagnare e tutelare i figli, e scegliere dei linguaggi, dei valori, degli sguardi che sono quelli che trasmetteranno. Ma il diritto a educare comprende anche il diritto ad essere l’unico ambiente autorizzato a fornire un’interpretazione (parole, conoscenze, strumenti, capacità) del mondo? Una famiglia può spiegare soltanto ciò che conosce, può spiegare ciò in cui crede, ciò che non gli fa paura, e può anche scegliere di non spiegare affatto alcune cose. La scuola piuttosto può (deve?) essere uno spazio di apertura, che fornisce strumenti a prescindere dalle possibilità che si hanno nel contesto familiare: la stessa assenza educativa che lascia i ragazzi e le ragazze senza strumenti, è quella che spesso ha lasciato senza strumenti anche gli adulti che oggi dovrebbero decidere quali percorsi autorizzare (e che chiudono un libro in mano alla figlia 14enne solo perché c’è scritto “sessualità”: quando proteggere tua figlia avrebbe significato proprio accompagnarla in quella scoperta e in quella ricerca). La scuola dovrebbe permettere a un* figli*, di diventare anche altro dalla propria famiglia, per scoprire che esistono anche parole e concetti che a casa non vengono pronunciati, che si può discutere, che ci sono vite, identità e forme relazionali diverse da quelle che si conoscono, che si può sperimentare il conflitto, che si può dire No.
Non significa che un bambino di 6 anni debba prendere ogni decisione come se fosse un adulto con un commercialista e una firma digitale. Significa che non è una proprietà familiare e nemmeno un contenitore vuoto da riempire per far sì che ci corrisponda il più possibile. Ha già sensazioni, desideri, fastidi, curiosità e confini. Un bambino può non voler essere baciato da un parente. Può provare disagio per un contatto senza sapere ancora come chiamarlo. Può avere bisogno di sapere che alcune parti del corpo sono private, che un adulto può sbagliare e che chiedere aiuto non è tradire nessuno.
Può imparare, incontrando parole come “genere”, che ciò che appare naturale o neutro è attraversato da norme e aspettative sui corpi, e che riconoscerle può aiutarci a mostrarci meglio a noi stess*. Rendere questi saperi accessibili a tutt* — non come verità monolitiche, ma come conoscenze storicamente situate, prodotte nell’intreccio tra relazioni, pratiche professionali e istituzioni — può rendere visibili i dispositivi che ci formano e dentro cui ci soggettiviamo e aprire spazi di critica, di presa di parola, di resistenza e di circolazione dei saperi. E qua ci si aspetterebbe una bella digressione su Foucault, no? Bene, andiamo avanti. 


(Scherzo, farò il minimo indispensabile però: qua c’è un pezzo molto a tema, che mostra la scuola come attraversata da una contraddizione nel suo essere un dispositivo di disciplinamento che può anche contenere in sé una promessa di emancipazione: qua invece un altro articolo che può aiutare a orientarsi sul tema dell’“invenzione dei concetti”, declinato specificatamente intorno ai discorsi di genere, e lo fa “dentro e contro” Foucault).


Il rischio di questa legge è quindi anche quello di ampliare ulteriormente le disuguaglianze: chi vive in una famiglia capace di parlare di corpo, piacere, pornografia, orientamento sessuale, genere, contraccezione, consenso e violenza continuerà probabilmente ad avere accesso a queste informazioni. Chi vive in una famiglia che non sa, non vuole o non può parlarne (perché magari non ne ha appunto gli strumenti) rischia di non trovarle nemmeno a scuola. E ancora, chi vive in contesti magari controllanti o violenti, e che potrebbe avere maggiormente bisogno di uno spazio esterno in cui riconoscere ciò che gli accade, sarà la persona che ha meno possibilità di essere autorizzata a entrarci: come si può spezzare questo cerchio infinito se non lo si apre? 

Inoltre, bambin* e adolescenti sono già esposti al mondo, togliergli le parole e gli strumenti per riconoscerlo e riconoscersi, non significa proteggerli: è la grande illusione degli adulti che credono che nascondere certi argomenti possa bastare, pensando che sia possibile forzare le tempistiche e i bisogni (quando invece si rischia solo di esporli ancora di più, ma senza strumenti a disposizione). Se, banalmente, si decide di spiegare a proprio figlio come funziona la riproduzione sessuale a 17 anni, non si sbloccherà in quel momento la skin “sesso” o “gravidanza”, soprattutto in una fase storica dove l’esposizione online è massiccia e continua, allora ancora di più vale la pena “arrivare prima” o almeno affiancarsi. A proposito di questo, un’educazione affettiva sul tema del consenso potrebbe aiutare proprio quei minori esposti continuamente sui social dai genitori stessi: sul fenomeno dello “sharenting” vi consiglio l’immenso lavoro di Serena Mazzini, qua intanto rimando a un’intervista che le è stata fatta da mio padre, ehm, scusate, da Danilo Bertazzi


Una parte della filosofia femminista e queer contemporanea sta cercando di tenere insieme due cose apparentemente contraddittorie: il consenso è indispensabile e, allo stesso tempo, il consenso da solo non basta. Le domande, allora, si moltiplicano: chi viene considerato capace di desiderare? Il sì di chi viene ascoltato? Il no di chi viene creduto? Quali condizioni rendono concretamente possibile scegliere? E che cosa rimane fuori quando dividiamo ogni esperienza soltanto tra consensuale e non consensuale?
Manon Garcia, in Di cosa parliamo quando parliamo di consenso, parte dall’ambiguità del concetto: il consenso è una soglia necessaria per pensare l’autodeterminazione sessuale, ma non può essere isolato dai rapporti di potere dentro cui viene espresso, in questo modo non rischiamo di sovraccaricare il concetto dandogli la responsabilità da solo di tracciare delle linee nette. La sua proposta è di pensarlo meno come un contratto e più come una conversazione, una pratica attraverso cui le persone costruiscono insieme ciò che stanno facendo. È un’idea molto vicina a ciò che Equality chiama il “tra” della relazione, quello spazio che non appartiene interamente a nessuna delle persone coinvolte e di cui entrambe sono responsabili.
In queste riflessioni anche il concetto di autonomia si complica. Il mondo in cui dobbiamo scegliere non è mai privo di attriti: è attraversato da dipendenze economiche e affettive, aspettative sociali, ruoli di genere, differenze di età e di potere, paura delle conseguenze, bisogno di essere riconosciut* e desiderat* (A Non-Ideal Theory of Sexual Consent, di Quill R. Kukla) e non ha molto senso immaginare il consenso come l’atto di una persona perfettamente libera, trasparente a sé stessa e isolata da ogni condizionamento. Una persona può essere formalmente nella condizione di dire sì o no e, allo stesso tempo, non sentirsi davvero libera di farlo. Questo non significa che ogni scelta condizionata sia necessariamente falsa o che, non essendo mai completamente liber*, non sia possibile consentire a nulla. Significa che l’autonomia non è una qualità individuale che possediamo oppure no: dipende anche dagli ambienti, dalle relazioni e dalle risorse che rendono possibile esercitarla. Dalla possibilità concreta di fermarsi o andarsene, dalla sicurezza di non subire conseguenze sproporzionate, dalla fiducia che la propria parola verrà ascoltata, dalla disponibilità di alternative.


Ed è proprio qui che modelli educativi, laboratori e gruppi nelle scuole possono avere un ruolo, perché possono offrire uno spazio in cui bambin* e ragazz* imparino a osservare come funzionano il potere, il desiderio, il piacere, la vulnerabilità e le norme di genere. Uno spazio in cui sperimentare che il consenso consiste anche nel riconoscere ciò che si desidera, comunicare un limite, accettare un rifiuto, cambiare idea, accorgersi del disagio dell’altra persona e non interpretarne il silenzio al posto suo.
Parlare di consenso, allora, vuol dire parlare anche delle condizioni in cui possiamo davvero scegliere, significa parlare di autonomia, desiderio, piacere, vulnerabilità, responsabilità e libertà, e la scuola può essere uno dei luoghi in cui questa capacità viene costruita. 


CONSIGLI DI LETTURA PER CONTINUARE (oltre a libri, articoli e siti di associazioni già citati, aggiungo, anche grazie al contributo di Corinna e Camilla, qualche altro testo e materiale che C**TGPT secondo me non saprebbe consigliarvi!)

I libri elencati nel secondo blocco sono particolarmente indicati per “gli addetti ai lavori” (insegnanti, educator* ecc.). 


Foto
Maria Vittoria Pagani
Redattrice, correttrice di bozze, dispensatrice gratuita di ansia nella redazione padovana.


Illustrazione di copertina: Juls Criveller da La sessualità spiegata alle bambine e ai bambini

BeccoGiallo
Jojobet GirişmatbetjojobetJojobetHoliganbetHoliganbetHoliganbetJojobetholiganbetHoliganbetjojobetgrandpashabetbetparkcasibomanadolu yakası escortcasibomfavorisenmatbetJojobetiptv satın albetciojojobetjojobetcasibomcasibomGrandpashabetAnkara escortAnkara escortgrandpashabetgrandpashabetcasibommarsbahisbetwoon girişEscortes BelgiqueGrandpashabetCasibomgrandpashabet