
Not many people have ever died of love. But multitudes have perished, and are perishing every hour – and in the oddest places! – for the lack of it.
Nella newsletter di Ghinea di febbraio ho letto una recensione di Gender Queer, fumetto autobiografico di Maia Kobabe fresco di ristampa per BeccoGiallo. L’accento viene posto sull’elemento processuale della storia: un’auto narrazione che si muove insieme a un aspetto più divulgativo, dove l’autorə si scopre accanto a chi legge, in un’evoluzione in cui le categorie non sono mai fisse e definitive. Il libro esplora un nuovo linguaggio, lo cerca e lo reinventa, e tenta di rendere visibili esperienze che spesso non trovano le parole per raccontarsi, dove l’incontro con l’altro (che nella lettura può essere proprio l’autorə) diventa il luogo dove è possibile vedersi, pensarsi e raccontarsi, “mostrando come il riconoscimento non consista nel rispecchiarsi, ma nel concedere esistenza a forme divergenti di sé e degli altri, senza gerarchie normative”.
Ho quindi pensato di stilare una piccola lista di libri e fumetti che in qualche modo mi risuonano rispetto a questa esigenza critica di trovare un linguaggio, di produrre narrazioni, di permetterci di immaginare forme di relazione che sovvertono le forme gerarchiche e binarie (e lo fanno senza usare un registro morale, senza ridursi a un discorso solo identitario, ma che piuttosto si interroga sulle “possibilità incarnate”, su una soggettività in movimento, a volte inafferrabile), per cercare narrazioni di sé che parlino di rappresentazione, di immaginario collettivo e di relazioni. Molti di questi libri non producono necessariamente modelli positivi o emancipati, ma raccontano spesso desideri fallimentari, dipendenze, ambivalenze, impossibilità: la rappresentazione non serve a rassicurare o moralizzare, ma ad ampliare il campo del dicibile, del desiderabile, del vivibile.
Detransition, baby di Torrey Peters (Mondadori). Con la traduzione di Chiara Reali e la supervisione di Antonia Caruso (qui un’intervista che le è stata fatta su questo libro).
New York. Reese e Amy, due donne trans, sono state a lungo insieme, e dopo la rottura Amy – ora Ames – comincia, appunto, una detransizione. Reese desidera diventare madre, e si interroga: quanto è legato al sentirsi donna? Come tenere al centro un desiderio senza che la sua analisi lo delegittimi? Le domande si intrecciano a flashback e frammenti biografici spesso colmi di violenza (un tema, anche questo, che si intreccia a discorsi sul genere, sull’affermarsi come donna). Ames conosce poi Katrina, una donna cis etero che rimane incinta. La possibilità di questə bambinə permette di esplorare come ripensare la famiglia e la genitorialità slegata dai ruoli di genere: può Ames pensare di fare una famiglia che non sia con Reese? Può essere un genitore senza essere un Padre? In una famiglia queer potrebbe invece non essergli richiesto di performare quel ruolo? Può una famiglia essere composta da Reese, Ames e Katrina?
Dry Season. Il mio anno di piacere senza sesso di Melissa Febos (nottetempo). Con la traduzione di Federica Principi (della stessa autrice rilancio al volo anche Girlhood, che indaga le narrazioni che alle donne vengono imposte su cosa significa essere donne: un percorso di liberazione dagli “attacchi di patriarcato”).
Dopo anni di relazioni, dipendenze affettive e ricerca continua di riconoscimento attraverso il desiderio altrui, Febos decide di non fare sesso per un anno. Ma il cuore del libro non è la rinuncia: è piuttosto ciò che emerge nel vuoto lasciato da una modalità relazionale appresa quasi come inevitabile. L’astinenza diventa uno spazio per interrogare il modo in cui desiderio, femminilità e bisogno di essere desiderate si costruiscono socialmente, e per chiedersi quali forme di piacere, intimità e libertà possano esistere fuori da quelle economie affettive.
L’arte della gioia di Goliarda Sapienza (Super ET)
Modesta attraversa il Novecento siciliano e italiano inventandosi continuamente nuove possibilità di esistenza. Il romanzo segue il suo rifiuto radicale delle strutture che dovrebbero contenerla — famiglia, morale, genere, sessualità — senza trasformarla però in un simbolo astratto di liberazione. Il desiderio qui è materiale, ambiguo, ma sempre incompatibile con l’idea che esista un solo modo legittimo di abitare il corpo o amare gli altri.
Stone Butch Blues di Leslie Feinberg (*asterisco)
Un libro centrale non solo per la rappresentazione lesbica butch, ma perché racconta il rapporto tra genere, lavoro, classe e violenza come qualcosa di inseparabile. Le identità qui non sono categorie pure ma strategie di sopravvivenza dentro contesti materiali spesso ostili.
Un desiderio smisurato di amicizia di Hélene Giannecchini. Con la traduzione di Caterina Orsenigo (Iperborea)
Il libro si costruisce come un archivio affettivo e politico di legami che non coincidono con la famiglia biologica. L’autrice intreccia la propria storia con quella delle persone che hanno attraversato la sua vita — amiche, partner, comunità — e con figure teoriche e politiche come Audre Lorde, Monique Wittig o Donna Haraway, che diventano parte di una genealogia scelta. Le fotografie e gli archivi queer che attraversa sono modi per interrogare cosa significa “tenere insieme” una storia quando le forme tradizionali della parentela non bastano più. L’amicizia, qui, è una pratica attraverso cui provare a rendere abitabili forme di vita che non si appoggiano alla norma familiare eterosessuale: che cosa può essere una famiglia oltre la biologia? E come ripensare l’amicizia quando le forme di amore e i legami non vengono più gerarchizzati?

Zami. Così riscrivo il mio nome di Audre Lorde (Edizioni ETS)
Una “biomitografia”: Lorde intreccia memoria, desiderio, razza, lesbismo e formazione politica senza separarli mai. È un libro che mostra come le relazioni e le genealogie queer siano anche pratiche di sopravvivenza, linguaggi condivisi, modi di rendersi reciprocamente leggibili.
Chelsea Girls di Eileen Myles (Mattioli 1885)
Tra memoir, romanzo e scrittura performativa, Myles racconta la downtown newyorkese degli anni Settanta e Ottanta attraverso precarietà economica, relazioni lesbiche, arte e sopravvivenza quotidiana. Più che costruire un racconto identitario coerente, il libro lascia emergere una soggettività queer mobile, contraddittoria e spesso refrattaria alla leggibilità, e la scrittura stessa sembra cercare una forma capace di stare dentro quella instabilità.
Queeranta di Chiaralascura (BeccoGiallo)
Una mappa personale e collettiva di immaginari queer contemporanei: sottoculture, linguaggi politici, cultura pop e forme di dissidenza quotidiana si intrecciano continuamente. Un memoir che parte dalla scoperta tardiva della propria queerness, e da tutto ciò che questa temporalità comporta: la sensazione di essere arrivate dopo, di aver abitato per anni una vita che non coincideva davvero con i propri desideri, di dover rimettere mano retroattivamente ai propri ricordi. Il libro attraversa relazioni, corpo, linguaggio e immaginario cercando di capire cosa significhi diventare leggibili a sé stessə in età adulta, quando molte narrazioni queer sembrano invece costruite attorno all’idea di una rivelazione precoce o inevitabile. Più che una storia di “autenticità ritrovata”, è il racconto di una soggettività che prova finalmente a nominarsi.
I froci e i loro amici tra le rivoluzioni di Larry Mitchell e Ned Asta. Con la traduzione di Matteo Pinna (WoM Edizioni)
Una storia che nasce proprio davanti alla mancanza di una letteratura dichiaratemente gay: una favola queer che racconta di soggettività oppresse nell’Impero di Virilia, un mondo ciseteropatriarcale dove per sopravvivere diventa fondamentale la costruzione di comunità e di legami che ci sottraggano da uno stato di isolamento e ci restiuiscano potenza e una dimensione di affettività fuori dalle logiche produttive.

La stanza di Giovanni di James Baldwin, con la traduzione di Alessandro Clericuzio (Fandango Libri)
La stanza di Giovanni è un romanzo devastante (che lascia davvero il lettore esausto…) che unisce una potenza lirica sublime a un senso di imminente rovina (lo spoiler è circa a pagina 2 se non ricordo male). Nella grigia cornice di una Parigi bohémienne, la narrazione scava dentro David, un newyorkese che, paralizzato dall’omofobia interiorizzata e da un’idea di mascolinità a cui sente di dover aderire, si rifugia in relazioni e prospettive sicure e accettabili, tentando di costruirsi una vita “altro da sé”: in questa chiusura si produce una frattura dentro cui però la carne resta viva, sporca e spaventosa, mossa da colpa e inquinata da forze distruttive che avvelenano ogni relazione. La claustrofobica stanza di Giovanni diventa così il fulcro di un dramma sulla vergogna e sulla fragilità di fronte al desiderio di essere amati.

Un po’ di saggi sparsi senza contesto:

- Il cuore scoperto, per ri-fare l’amore di Victoire Tuaillon (ADD Editore)
- Arabə e queer. Storie LGBTQ+ dal mondo arabo a cura di Elias Jahshan, con la traduzione di Giorgia Sallusti (Tamu Edizioni)
- Femmine di Andrea Long Chu, con la traduzione di Clara Ciccioni (Nero Editions)
- L’ideologia gender è pericolosa di Laura Schettini (Editori Laterza)
- Linguaggio inclusivo ed esclusione di classe di Brigitte Vasallo, con la traduzione e postfazione di Giusi Palomba (Tamu)
- Un appartamento su Urano di Paul B. Preciado, con la traduzione di Giulia Manna (Fandango Libri)
- Compulsory Heterosexuality and Lesbian Existence di Adrienne Rich
- Il pensiero eterosessuale di Monique Wittig, a cura di Federico Zappino (Ombre Corte)
- Cruising Utopia. L’altrove e l’allora della futurità queer di José Esteban Muñoz, curato e tradotto da Nina Ferrante e Samuele Grassi (Nero Editions)

Redattrice, correttrice di bozze, dispensatrice gratuita di ansia nella redazione padovana.
Immagine di copertina: Maia Kobabe da Gender Queer









