Padri, figli e il tempo che passa: conversazioni sulla paternità tra Kafka e Walter Leoni

Qualche giorno fa camminavo a fianco del mio amico Marco per le vie di Milano. Stavamo andando a una fiera di editoria a cui avremmo partecipato entrambi. E mentre chiacchieravamo mi è venuto in mente di fargli gli auguri. Era il 19 marzo, una giornata importante per tutti i papà, e Marco è il papà di Lucia, che oggi ha 5 anni. E Marco, dopo qualche battuta sul mestiere di genitore, mi ha detto una cosa che mi si è appiccicata addosso per diversi giorni. Un pensiero nuovo, almeno per me che sono una giovane donna senza figli. “Quando ho visto Lucia per la prima volta ho realizzato che non la potrò vedere per sempre: a un certo punto, non potrò più sapere nulla di lei. Lei ci sarà, ma io, invece, non sarò più lì.”

Fino a quel momento avevo sempre collegato l’essere genitore con una sorta di prolungamento di sé, e non alla propria fine. In quelle parole, invece, c’era tutta la difficoltà di contenere un’amore così grande in un tempo destinato a scadere.


Due giorni dopo, sempre a Milano, mi sono ritrovata a parlare dello stesso tema con Luca, papà di Pietro, che, come Lucia, ha 5 anni. Luca è fumettista di professione, reduce in quei giorni da una trasferta di lavoro piuttosto lunga in Francia. Mi ha raccontato la felicità del suo figlioletto nel vederlo finalmente rincasare, e io ho provato a farmi spiegare le sue strategie per sopravvivere al dolcissimo strazio di vedersi piccoli e finiti davanti a quella creatura felice. Luca mi ha detto che per lui la paternità è una cosa tutto sommato gestibile. Certamente il tempo per sé stessi diminuisce, la stanchezza è reale, l’apprensione pure. E la sfida più grande è proprio riuscire a convivere disperatamente con quell’amore così enorme, che rende fragili e “a scadenza”. Subito dopo, però, Luca ha rovesciato il suo punto di vista, ricordandosi in fondo di essere anche lui figlio di qualcuno a cui, prima o poi, vorrebbe poter dire di non stare in pensiero, che lui ce la farà in qualche modo anche da solo.

Poi, durante una di quelle rumorose mattinate di fiera, girovagando tra gli stand traboccanti di libri, mi sono imbattuta in una bella edizione di Lettera al padre di Franz Kafka, e ho deciso di assecondare la coincidenza comprandola.

Secondo me, è già dalle prime righe che ci si può rendere conto di avere tra le mani qualcosa di grande. Specie, chissà, se incontrato nel momento giusto. Chi ha scritto quelle parole stava soffrendo per il fatto di ritrovarsi, da adulto, ad arrancare con fatica per non aver ricevuto l’amore che sentiva di meritare da piccolo. E si prova quasi un certo fastidio di fronte a tutto questo dolore di figlio, schiacciato dalla figura di un padre-padrone che rappresenta tutto ciò che non vorremmo più della paternità. Nei racconti del figlio il grande Kafka è autoritario, burbero, onnipresente nel controllo della famiglia ma emotivamente inaccessibile. Educa solo sgridando, umilia le fragilità dei piccoli di casa, cerca di forgiare i loro caratteri non mostrandosi mai debole e fallibile. Questo rende Franz un uomo insicuro e arrabbiato, incapace di smettere di interpretare il ruolo di figlio di qualcuno e di vedere finalmente il padre come un “semplice” uomo.


Le parole di Marco e di Luca rassicurano. Aiutano a immaginare un futuro in cui il congedo parentale per i papà non dura una decina di giorni, magari lo stesso futuro in cui il discorso sulla paternità non avrà più a che fare con le parole assenza, distacco, incomunicabilità. 


Il primo maggio uscirà in libreria il secondo libro di Walter Leoni per BeccoGiallo. A leggere le strisce di Cresci piano, pensa a me! Volume 2 sembra proprio di travestirsi da bambino, frequentando la spontaneità e la fragilità dell’infanzia, e da genitore, toccandone le contraddizioni. La forza di questi fumetti sta nel sovrapporre continuamente i punti di vista. Il Babbo è amorevole, buffo, fallibile, talvolta manchevole, ma sempre presente. E il figlioletto è un personaggio a mille dimensioni, come lo sono sempre i bambini. Spesso si rimane increduli di fronte al loro mondo interiore, che segue logiche semplici e sincere, e Walter riesce, apparentemente senza fatica, a farcelo percepire pagina dopo pagina.

Come è stato portare su carta questo nuovo lavoro, in cui c’è tanto di te, e di voi?

Inutile star lì a complicare il pane: è stato bello! Si lavora, anche, e a volte soltanto, per necessità, e il tempo dedicato al lavoro è spesso sottratto a cose più piacevoli, per esempio stare con la propria famiglia. Raccontare la mia mi dà un po’ l’impressione di averla con me anche quando disegno o sono in giro per presentazioni o per fiere. Mi aiuta a fare le cose per bene, nel modo migliore possibile, perché a quello che racconto tengo tanto davvero. Non è, insomma, soltanto lavoro.

Come si comporta il tuo bambino rispetto alle tue strisce? Ne è divertito? Forse lui, più di altri, ha un’immagine del papà anche al di fuori del suo stretto rapporto con lui: lo vede disegnato, lo vede fare delle cose, avere dei pensieri…

Le strisce gli piacciono molto e pensa di essere lui il vero protagonista. Invece il protagonista sono io! Gliel’ho detto e ripetuto, ma non riesco a convincerlo. Gli ho anche spiegato che i soldi che guadagno spettano tutti a me, ma anche da quell’orecchio non ci sente per niente bene.  

Quando ho iniziato a realizzare le strisce mi sono dato dei limiti che ho sempre cercato di rispettare: raccontare solo cose vere o plausibili. Non volevo fare di me stesso e dei miei familiari dei personaggi di fantasia da gestire come mi pareva. Volevo che i nostri caratteri fossero quelli reali. Questo fa sì che mio figlio si riconosca nel ritratto che ne faccio e, nelle storie che racconto, possa riconoscere me, sua madre e le dinamiche che vive nella quotidianità. 

Se anche per te è difficile contenere tanto amore in tempo e spazi limitati, quali strategie hai trovato per sopravvivere?

Esiste un fenomeno fisiologico che si chiama “abituazione” (non è un refuso, si chiama proprio così!): è la tendenza di un organismo sottoposto a un continuo e insostenibile fastidio, dolore o sollecitazione, a diventare col tempo sempre meno sensibile a quello stimolo. È quello che succede a chi soffre in modo grave di acufene: dopo un po’, lo strazio diventa meno straziante, il corpo e la mente si adattano un po’. Penso che a un genitore accada la stessa cosa con l’ansia: impari a conviverci, perché non puoi permettere che ti paralizzi. Quindi ogni giorno cerchi di fare quello che devi, nel modo migliore che puoi, nella speranza ti riesca sufficientemente bene.



Foto
Paola Roveda
Redattrice, responsabile fiere e eventi BeccoGiallo.

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Immagine di copertina: Walter Leoni dal libro “Cresci piano, pensa a me! Vol. 2”

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