Questo libro si apre con una domanda, apparentemente semplice, che blocca l’autore: perché disegno?
E, prima ancora, perché l’essere umano ha cominciato a farlo?
Per cercare una risposta ricontatta un vecchio professore, che gli racconta dei primi uomini che si spingevano nel buio delle grotte per lasciare un’immagine sulle pareti, e poi continua a indagare: parla con amici, artisti, con i suoi editori, segue coincidenze che sembrano segnali. Ogni incontro aggiunge un punto a una mappa sempre più strana: l’arte, l’istinto, il successo, la paura, la morte, la follia, il bisogno di ricontattare qualcosa dentro di noi e darle una forma che ancora non sappiamo dire.
Intanto Dado ha trentacinque anni, fa un lavoro che detesta e vorrebbe scrivere ciò che sente. Ma per trovare la propria voce dovrà allontanarsi dalla vita che conosce e avere il coraggio di immergersi in se stesso. Le due storie finiscono così per riflettersi l’una nell’altra.
Tra autobiografia e racconto surreale, Un atto di coraggio cerca l’origine del gesto creativo e il punto misterioso in cui una vita diventa immagine, racconto, segno, per scoprire che, forse, per trovare ciò che abbiamo davvero da dire bisogna prima avere il coraggio di perdersi.
La vita ci parla, è difficile avere il coraggio di ascoltarla.
Perché facciamo arte?
Forse per dare una forma al caos, attraversare il buio, scoprire chi siamo.
Creare significa esporsi, perdersi, rischiare di trovare qualcosa che non ci aspettavamo.