Raccontare l’America: tra vignette, potere e resistenze

C’è una pagina famosissima di Robert Crumb intitolata A Short History of America (1979). In sequenza, mostra una città che nasce dal nulla: prima le fondamenta, poi le case, le strade, i cartelloni pubblicitari, il traffico, il rumore. Non è una visione epica, né celebrativa. È quasi un diagramma: l’America come costruzione materiale e mentale insieme, un accumulo di strati in cui l’immaginario cresce di pari passo con il cemento.

Forse è anche da lì che si può partire per parlare di fumetto e America. Non dell’America come luogo mitico o astratto, ma come spazio attraversato da conflitti, contraddizioni, narrazioni spesso incompatibili tra loro. Il fumetto, più di altri linguaggi, ha avuto la capacità di rendere visibili questi strati, di sezionarli, di metterli uno accanto all’altro senza farli collassare in una sola versione dei fatti.


Un esempio potente di questo percorso è Re in incognito (1988, scritto da James Vance e disegnato da Dan Burr, con introduzione di Alan Moore). Qui il giovane Freddie Bloch attraversa l’America della Grande Depressione con Sam, lo strano hobo che si fa chiamare Re di Spagna, tra rivolte operaie a Detroit e la violenza della reazione anticomunista. Una storia di formazione e di sopravvivenza, che ci restituisce l’America degli anni Trenta attraverso gli occhi di chi la vive ai margini, e ci ricorda quanto il fumetto sappia raccontare la storia e la società senza filtri.

Figlio di un preservativo bucato (2002) di Howard Cruse racconta la storia di Toland Polk, giovane uomo che cresce negli anni ’60 in una società segnata da discriminazioni razziali e intolleranza verso l’omosessualità. Tra conflitti personali e sociali, Toland deve fare i conti con le proprie scelte e con il peso dei pregiudizi che lo circondano.


Una storia intensa e delicata che esplora identità, amore e giustizia, lasciando un segno profondo e preparando il terreno per altre narrazioni civili come la biografia a fumetti di Martin Luther King (2007) di Ho Che Anderson: non “solo” il racconto di una figura storica, ma un modo per attraversare l’America delle lotte per i diritti civili mostrando tensioni, fratture, ambiguità che spesso la narrazione ufficiale tende a levigare.

Un’America raccontata senza scorciatoie, in cui la Storia non procede mai in linea retta.

Su un registro diverso, ma con un’intenzione affine, si muove Jen Sorensen con Fermate l’America! (2007): le sue strisce, ambientate nell’America dell’era Bush, usano la satira per smontare retoriche, ossessioni, automatismi culturali. Mr. Perkins, Little Gus e Drooly Julie non spiegano “come funziona” l’America: la mettono in scena mentre deraglia, mentre insiste nei suoi tic, mentre si racconta bugie con grande convinzione. È una forma di cronaca obliqua, che lavora sull’immaginario più che sull’evento, ma proprio per questo resta sorprendentemente attuale.


Raccontare l’America significa spesso raccontare il potere, la paura, la violenza istituzionale, il rapporto tra individuo e sistema. Ed è qui che anche il fumetto più legato ai generi popolari ha iniziato a fare un lavoro di scavo interessante.

Garth Ennis, per esempio, ha costruito gran parte della sua opera sulla demolizione dei miti fondativi americani. In The Boys — fumetto che ha conosciuto un successo planetario anche grazie all’adattamento televisivo — i supereroi diventano il volto tossico di un potere spettacolarizzato, cinico, completamente scollegato da qualunque idea di responsabilità. Dietro l’eccesso e la violenza, Ennis mette in scena un’America che confonde forza e giustizia, consenso e verità, sicurezza e dominio. Il fatto che questa lettura sia arrivata a un pubblico vastissimo dice molto del bisogno, oggi, di storie che incrinino l’immaginario dominante invece di rafforzarlo.

Su un piano più allegorico, ma altrettanto politico, si colloca Tom King con Animal Pound (2025). Ispirato esplicitamente a La fattoria degli animali di Orwell, il libro racconta la nascita e la degenerazione di un sistema di potere all’interno di una comunità apparentemente emancipata. Non è un fumetto “sull’America” in senso stretto, ma parla il suo linguaggio: quello della paura come collante sociale, della sicurezza come giustificazione, della retorica come strumento di controllo. Ancora una volta, il fumetto serve a rendere visibili i meccanismi, non a fornire soluzioni.


Occupy Wall Street (2012), di Stephanie McMillan, è un esempio di graphic journalism che ci ha raccontato l’occupazione che scosse il mondo. Qui la protesta non è solo cronaca, è testimonianza diretta: una giornalista-attivista ci accompagna dentro le strade, i cortei, le assemblee, tra le tensioni e le speranze di chi per la prima volta da decenni mette in discussione l’intera struttura economica e sociale, centrata sui profitti anziché sui bisogni delle persone e del pianeta. È un lavoro che ci ricorda quanto le storie che raccontiamo possano illuminare i conflitti reali e prepararci a capire l’oggi, dalle proteste di piazza alle tensioni geopolitiche.

Questo discorso diventa ancora più urgente se lo riportiamo alla cronaca. Renee Nicole Good, poetessa e madre di tre figli, 37 anni, è stata uccisa a Minneapolis da un agente dell’ICE – l’agenzia federale americana per l’immigrazione – mentre cercava di allontanarsi da un’operazione anti‑migranti, scatenando proteste e indignazione in decine di città degli Stati Uniti. La sua storia, quella di una vicina di casa compassionevole e non coinvolta in scontri, è diventata simbolo delle tensioni crescenti attorno alle politiche di controllo e sicurezza interna.

Allo stesso tempo, sulla scena internazionale, l’arresto da parte degli Stati Uniti del presidente venezuelano Nicolás Maduro – catturato in una vasta operazione militare e portato davanti a un tribunale federale per accuse legate al narcotraffico – ha alimentato un acceso dibattito sulla sovranità, il diritto internazionale e la legittimità delle azioni statunitensi in America Latina.

E mentre questi fatti si intrecciano con La Storia, non mancano tensioni geopolitiche dai risvolti inaspettati: le reiterate minacce di annessione o controllo della Groenlandia da parte dell’amministrazione USA sono percepite da molti come un ulteriore passo di una strategia aggressiva sul piano internazionale.

In tutte queste dinamiche, la ricorrenza di un linguaggio semplificato, aggressivo e normalizzato – che usa la paura come strumento per giustificare misure estreme sia dentro che fuori i confini – non nasce dal nulla: è il risultato di immaginari coltivati nel tempo, resi familiari, accettabili e, spesso, difficili da mettere in discussione.

In questo senso, Sfidare la paura di Umberto Curi e Gianfranco Bettin — libro non a fumetti, ma pienamente dentro questo discorso — offre strumenti preziosi per leggere il presente. La paura come merce politica, come leva di consenso, come scorciatoia retorica: dinamiche che non riguardano solo l’America, ma che dall’America hanno spesso tratto modelli e linguaggi. Capirle significa anche imparare a riconoscerle quando riemergono, sotto altre forme, in altri contesti.


Nel 1988, quasi un decennio dopo aver pubblicato le prime dodici vignette di A Short History of America, Robert Crumb ha aggiunto un epilogo composto da tre ulteriori immagini che provano a rispondere alla stessa domanda lasciata aperta nella versione del 1979: “What next?!” (Che succede dopo?).

Nelle tre vignette aggiuntive esplora tre possibili futuri della stessa scena: un peggior scenario ecologico, con la città abbandonata e la natura devastata; uno scenario in cui la tecnologia domina ogni aspetto della vita urbana; e una visione quasi utopica e rurale, in cui gli esseri umani ritrovano un modo di convivere più armonico con il pianeta.

Queste varianti non sono fantascienza, ma una speculazione visiva e morale: tre traiettorie che si intrecciano con ciò che vediamo nella realtà contemporanea — degrado ambientale, dipendenza tecnologica, movimenti per un modo diverso di abitare il mondo. Guardare quelle tre vignette oggi significa confrontarsi con possibilità che non sono più astratte: sono già in corso, diverse ma parallele, e ci chiedono di scegliere — come individui e come società — quale futuro vogliamo costruire.


Foto
Claudio Calia
I fumetti sono la mia ossessione. Farli (spesso proprio con BeccoGiallo), leggerli, raccontarli. In redazione mi occupo complessivamente delle “cose web”.

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Immagine di copertina: Claudio Calia

BeccoGiallo