
È disponibile in libreria la nuova edizione della biografia a fumetti Franco Basaglia. Il dottore dei matti, un libro che racconta l’esperienza di Franco Basaglia fino all’approvazione della legge 180. L’istituzione manicomiale era una struttura chiusa, gerarchica, violenta, dove i “folli” venivano separati dal corpo collettivo. Non si trattava di una presa in carico, ma di escludere ciò che eccedeva rispetto al “normale” e che non era quindi produttivo, che poteva diventare pericoloso. Franca Ongaro Basaglia e Franco Basaglia ci dicono che “il contenimento e la segregazione non sono la risposta alla malattia mentale, ma la risposta ai bisogni della società che in tal modo elimina il problema, delimitando lo spazio del suo contenimento”.

Ma cosa significa, oggi, recuperare la storia della chiusura dei manicomi? Quale eredità ci ha lasciato questa vera e propria rivoluzione, e in quale realtà mutata dobbiamo fare lo sforzo di mantenere quello sguardo attento e coraggioso? È complesso muoversi con la consapevolezza che il superamento di qualcosa non apra a un progresso lineare: la chiusura dei manicomi non ci ha condotto a un sistema ora democratico, e anzi, dobbiamo prestare attenzione al mito di un discorso sulla salute mentale tutto scientifico e presentato come “neutro”. Da una parte dobbiamo osservare come si sono modificati i discorsi, e dall’altra sì, i manicomi sono stati chiusi, ma ora dobbiamo confrontarci con altrettante istituzioni totali che esistono e i cui i muri vanno ancora abbattuti (come i CPR). È solo di quest’anno la notizia della proposta di Fratelli d’Italia di inserire l’elettroshock nel nuovo piano sociosanitario della regione Piemonte.

Abbiamo intorno delle strutture complesse, materiali e virtuali, con cui ora dobbiamo confrontarci per provare a parlare di salute mentale in un modo che non ci riduca al nostro “funzionamento”, al riattivare la nostra produttività, ma che ci metta piuttosto in relazione con gli altri e con un mondo complesso, patogeno.
Sui social i discorsi si strutturano spesso intorno all’idea di aver “rimosso dei taboo”: nulla da togliere all’importanza di imparare a nominare questioni legate alla malattia mentale, anche nella sua invisibilità, o alle condizioni complesse e pratiche con cui bisogna confrontarsi (l’accessibilità delle cure, ad esempio), eppure c’è uno scarto che resiste e di cui dobbiamo farci carico. Di quali soggetti stiamo parlando? Come possiamo evitare di imporre un modello che sia solo quello eurocentrico (bianco, borghese)? Come possiamo parlare al plurale di salute mentale?

Anni fa girava circolava un meme: c’era un personaggio davanti a un mondo in macerie e che diceva “Sto male, ma deve essere uno squilibrio chimico nel mio cervello”. Non è questo lo spazio in cui parleremo di diagnosi, di psichiatria o di anti-psichiatria (è in qualche modo un privilegio anche poter dire di “non averne bisogno”): ma cosa ce ne facciamo di tutto ciò che sfugge al discorso medico, a un discorso tutto incentrato sull’individuo? Come possiamo provare a pensare a come stiamo, se non lo facciamo in relazione a questo mondo?
Oltre al muro che separa normale e patologico, abbiamo ancora delle pratiche e dei linguaggi da costruire e in cui far germogliare modi nuovi di parlare dei soggetti, che per fortuna sfuggiranno sempre, in qualche modo, alla loro stessa riduzione. “Eliminare i taboo” (che spesso sui social spesso significa fare meme sull’ADHD o descrivere dei comportamenti con un linguaggio meccanico di “causa-effetto”), non è sufficiente. Abbiamo bisogno di pratiche diverse per guardare e attraversare il dolore, la fatica e la sofferenza, per confrontarci con un mondo dove il significato di “stare bene” non può che essere un discorso collettivo. È complesso quando molte delle parole che ci vengono offerte per parlare di salute mentale fanno riferimento a concetti neoliberali centrati sull’individuo, che ora può parlare di sé usando una vasta gamma di termini come recovery, boundaries (!!! quanto ci piace?), tipologie varie di attaccamento, derealizzazione/dissociazione, insomma il cosiddetto “therapy-speak”. E così veniamo fagocitati da tutti questo linguaggi che gestiscono i discorsi sulla salute mentale per renderli accattivanti, brillanti, simpatici, vendibili, docili, fondamentali per la costruzione di un’identità in cui tutte le contraddizioni vengono appiattite a un discorso in qualche modo “glamour”; e forse l’infinito numero di meme, reel, tiktok che hanno come titolo “me core” e poi scene di film, canzoni, libri in cui il disagio mentale diventa estetica, ne è un esempio simpatico e triste.

Questi sono alcuni esempi di TikTok sul tema della salute mentale: molto spesso si tratta di contenuti che “glamourizzano” il disagio psichico; altre volte descrivono come sintomo autoesplicativo, evidente e “scientifico” un comportamento che eccede rispetto al “normale” (un termine che rischia di crearci qualche problema quando vogliamo portare questi discorsi su piani più articolati e stratificati, come quello della violenza di genere). A volte, però, sono semplicemente contenuti in cui si percepisce un profondo senso di fragilità, di solitudine, di incomunicabilità.
Possono farci sentire visti, compresi: “anche io sono come te, quel dolore lo conosco”. Ma questo senso di riconoscimento non basta, se l’altro diventa solo uno specchio utile, ancora una volta, alla propria identità. Così l’altro ci sta accanto, al massimo di fronte: riconosce e avvalora la nostra esperienza, sì, ma taglia la possibilità di sovvertire e trasformare le dinamiche che producono questi soggetti, rischiando di alimentare un’industria della prima persona — una prima persona, però, totalmente impotente.
Non si può costruire una comunità soltanto attorno a un comune denominatore ripulito da ogni contraddizione o conflitto. A volte abbiamo bisogno anche di questo, certo: di parole, di rappresentazioni. Ma collettivizzare i discorsi, condividerli con gli altri, non può ridursi a un “amo, troppo io”.
E questo ve lo dice una che, fidatevi, ha cinque ore di screentime al giorno su TikTok. Sto benissimo.
È difficile vedere quanto stiamo appiattendo questi discorsi quando abbiamo l’illusione di starli in realtà guardando nella loro complessità: facciamo vedere tutto il nostro marcio, facciamo dei meme disperati sui nostri disagi e squilibri emotivi, eppure non basta? Com’è possibile? Questa verticalità tutta individuale non è in grado di esaurire i discorsi su di noi, su come stiamo. A volte il nostro dolore, la nostra sofferenza, ci sembra la cosa più nostra che abbiamo. Eppure continuiamo a stare male, a non riuscire a costruire discorsi che non siano continuamente spezzati e disconnessi dagli altri. In tutto questo sicuramente il bisogno di parlare della propria salute mentale (proprio della “propria”) e di sentirla riconosciuta, vederla rappresentata, e ancora il bisogno di cercare parole, parole medicalizzanti, non è qualcosa che possiamo solo giudicare come “non sufficiente” e non abbastanza attento a guardare anche tutto il resto, perché ci sta comunicando davvero qualcosa su come stiamo, su quanto ci sentiamo senza strumenti, senza un discorso collettivo a disposizione.
Quello che è stato il processo di abolizione dei manicomi ci lascia anche altre eredità fondamentali, come rimettere al centro il soggetto: che (e sembra paradossale) non significa rendere i discorsi sulla salute mentali esclusivamente individuali. La malattia è anche una questione sociale, e l’esperienza che è stata mettere in discussione i ruoli di potere nell’istituzione psichiatrica, il rimettere al centro la responsabilità e la cura collettiva come prassi, significava interrogarsi sull’istituzione stessa: cosa riproduceva? Cosa legittimava? Sono domande che restano urgenti anche oggi quando proviamo a osservare i nuovi discorsi sulla salute mentale e i dispositivi e le piattaforme in cui questi discorsi si articolano: che cosa rischiano di riprodurre? Quali disuguaglianze sociali? Che cosa produce l’illusione di un discorso medicalizzante neutro e oggettivo? Quale potere legittima questo sapere?

Ci sono tante esperienze – anche quelle che ci sembrano più lontane da questi discorsi, come l’esperienza del Rojava – che ci insegnano che possiamo attivare processi di liberazione e di soggettivazione veri e autentici solo quando l’individuo non è ridotto solo a se stesso e separato dagli altri e dal mondo, perché solo dentro la collettività, e dentro questi spazi di resistenza e relazione, che possiamo davvero immaginarci legati ai nostri desideri, alla nostra libertà.

Per questa volta resteremo però più vicini, precisamente a Padova, dove nel 2025 è nata la Clinica Popolare Azadì (il nome inoltre arriva proprio dal grido delle donne curde “Jin Jiyan Azadì”: Donna, Vita, Libertà). Ho voluto fare qualche domanda ad Anita Franceschi, psicologa e psicoterapeuta in formazione, che ne fa parte.
Quali piani, oltre a quello dell’accessibilità, aprono spazi come l’ambulatorio? Come investono i saperi critici, anche rispetto a delle nuove soggettività (come le persone migranti) che sfuggono ai saperi medici e che non si possono ridurre a etichette diagnostiche o a linguaggi e metodi in qualche modo paternalistici?
Crediamo fermamente che il punto non sia soltanto rendere accessibili, gratuiti e universali i servizi: con il lavoro politico, gli ambulatori popolari sfidano il sapere medico, psichiatrico e sociosanitario mettendone in luce i limiti e le storture. Con una critica teorica e metodologica situata, le cliniche dal basso provano a introdurre una medicina di genere e post-coloniale, contro ogni forma di paternalismo bianco e di infantilizzazione. Questo processo, a nostro avviso, può avvenire solo nell’incontro e nel confronto, prima di tutto tra di noi. Alla Clinica Popolare Azadî, così come in ogni istituzione, riteniamo che l’equipe sia l’unico strumento che può salvare dall’angoscia, dalla frustrazione, dal disorientamento che spesso incontriamo nel nostro lavoro. Più volte ci siamo trovate di fronte alla necessità di ripensare e mettere al vaglio critico il nostro sguardo clinico: siamo sempre impreparate a incontrare l’Altro culturale, che rappresenta un colpevole rimosso anche nei nostri percorsi di formazione. Abbiamo pertanto deciso di intraprendere percorsi di formazione e autoformazione dal basso e siamo rimaste costantemente vigili rispetto alle pratiche e alle formule dell’incontro clinico. Soprattutto, abbiamo scelto di invertire la verticalità e sovvertire le asimmetrie che istituiscono il rapporto medico-paziente: crediamo che la cura sia possibile solo nelle alleanze, nelle comunità, nel collettivo e per questa ragione riteniamo incompatibile con la salute ogni rapporto di potere che riduce il paziente a mero oggetto di un intervento. Infine, sappiamo che parlare di questi temi implica un posizionamento, significa schierarsi, unirsi nelle lotte. Per questo siamo convintamente basagliane e lo siamo proprio perché riteniamo che quella rivoluzione – già incompleta – sia oggi più che mai a rischio. Non solo sono spariti i servizi di prossimità territoriale, non solo chiudono i consultori familiari e la salute rimane ancora una questione di privilegio, ma assistiamo oggi all’istituzione dei nuovi manicomi, i CPR, se possibile ancora più violenti di quelli che l’esperienza basagliana è riuscita a chiudere. La logica manicomiale attraversa altre strutture che istituiscono i percorsi di accoglienza dei richiedenti asilo. Lo vediamo costantemente: la ratio dell’accoglienza impone in troppi casi l’isolamento, la ghettizzazione, l’impossibilità di accedere a servizi di supporto legale, di assistenza sanitaria e psicologica. Vengono recisi legami familiari, legami sociali, si contiene fisicamente e chimicamente con l’abuso nelle prescrizioni di psicofarmaci. Per noi tutto questo è inaccettabile e, nello spirito basagliano, non possiamo che opporre la più ferma resistenza a questo oscuro e drammatico reale delle istituzioni. La nostra pratica clinica e il nostro percorso non possono che partire, ogni volta, anche da qui. Contro ogni contenzione, contro ogni abuso di potere da parte di medici e psicologi, perché la salute – anche quella mentale – sia davvero un processo collettivo.
Redattrice, correttrice di bozze, dispensatrice gratuita di ansia nella redazione padovana.
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Immagine di copertina: Miron dal libro “Franco Basaglia. Il dottore dei matti”