Brancaccio - Come in una palude

Autunno 2005.
Beccogiallo propone a Claudio un fumetto sulla mafia, mi tirano in ballo. L’idea è quella di fare una testimonianza su Padre Puglisi, ucciso dalla mafia dodici anni prima. Ci penso su: non conosco a sufficienza il parroco di Brancaccio per raccontarne la storia, e documentarmi su film e biografie varie significherebbe ripetersi.
E poi io e Claudio vogliamo fare qualcos’altro. Siamo stufi che alla parola “mafia” si associ sempre e soltanto l’immagine di cadaveri riversi sui marciapiedi, auto crivellate di colpi, volanti che sgommano e uomini in coppola e lupara. La mafia, quella che noi viviamo, quella di cui la strage rappresenta solo la punta dell’iceberg, è altro. È molto di più. L’acqua che ancora oggi non arriva nelle case di Palermo; la raccomandazione necessaria per recuperare un motorino rubato; il sottobosco di lavoro nero e precariato su cui campano migliaia di famiglie; l’arroganza di chi occupa un marciapiede con una bancarella o infila impunemente un senso vietato; i bambini che a dieci anni non vanno più a scuola; la rassegnazione di chi fin dalla nascita ha imparato solo a fare file e a chiedere favori: questa è palude in cui la mafia prospera. Sostituendo un insieme di regole e codici propri a ciò che altrove viene chiamata Legge, o Stato, o Bene Comune. Qui però nessuno lo capisce, che Stato e Legge significano Bene Comune. E che vivere nella palude, oltre a non essere inevitabile, ha un prezzo. Salato. Perché tutti, i furbetti, gli ignavi, i poveri cristi; tutti sono convinti che attenersi al vecchio proverbio “calati juncu, ca l’acqua passa” (piegati giunco, ché l’acqua scorre) li metta al riparo. Che basti calare la testa e assecondare la corrente per vivere tranquilli. I personaggi della nostra storia, gli abitanti del quartiere, finiscono per pagare il prezzo dei propri comportamenti. Sono destinati a essere tragicamente schiacciati nell’enorme tritacarne umano in cui la mafia ha trasformato Brancaccio. Eppure non sono delinquenti o disadattati, sono brava gente. Gente normale. Non se lo sono cercati, né hanno fatto delle scelte precise o consapevoli.
La mafia però impregna l’aria che respirano e l’acqua che bevono, le parole che pronunciano e i gesti che compiono: finché non se ne renderanno conto, per loro non ci sarà speranza. Padre Puglisi ha fatto questo: aperto gli occhi al quartiere, mostrato a chi vi abita che la mafia è nemica della libertà, dello sviluppo, della dignità umana. In altre parole, nostra nemica.
Giovanni Di Gregorio