L'immane tragedia consumatasi cinquant’anni fa nella miniera del Bois du Cazier, a Marcinelle, è senza dubbio uno degli avvenimenti che hanno lasciato tracce più profonde nella memoria di intere generazioni.
A colpire l’immaginario di chi era lontano, a scuotere le loro coscienze e a produrre fortissime emozioni non fu soltanto il grande sacrificio di vite umane. Impressionarono anche altri elementi: la miniera e le sue viscere, il lavoro duro e faticoso, la mancanza di sicurezze, la lontananza dalla loro terra di gran parte dei minatori morti nell’incendio. Pochi avvenimenti hanno legato, al loro interno, tanti elementi concreti in grado di rappresentare compiutamente un’epoca, dei paesi, la loro condizione economica e sociale, un modello di lavoro. La sintesi è stata così forte e drammaticamente efficace da fare assumere alla tragedia addirittura una cupa dimensione simbolica. Morirono 262 minatori, 136 erano italiani.
Da dieci anni i minatori italiani avevano cominciato a lasciare le loro case e a lavorare nelle miniere del Belgio aggiungendosi a tanti altri emigranti, per effetto dell’accordo firmato dal Governo italiano con quello belga, tristemente ricordato come il patto del “lavoro in cambio di carbone”. L’impegno assunto dall’Italia prevedeva l’invio di almeno 1.000 minatori a settimana nei cinque bacini carboniferi belgi, e per ognuno di loro il Belgio avrebbe dato al nostro paese 200 chili di carbone al giorno. Dovevano essere persone giovani (il massimo dell’età era previsto in 35 anni) e in buona salute, quelle che scendevano nelle gallerie di quelle miniere. Erano giovani in larga parte meridionali, spinti dalla povertà dei loro paesi, dalla grande disoccupazione. Erano disperati alla ricerca di una migliore condizione di vita, di una prospettiva più serena per loro e per le loro famiglie.
Quella di Marcinelle non è stata la sola tragedia che ha coinvolto immigrati di varie parti del mondo, ma davvero raramente sono apparsi così chiari i tratti negativi delle condizioni di allora. Basti pensare allo scambio tra il lavoro, la fatica e la materia prima (il carbone) che era alla base dell’accordo tra i due stati. Uno scambio improprio, reso inevitabile dalle deboli condizioni economiche del nostro paese, appena uscito sconfitto dalla drammatica esperienza della Seconda Guerra mondiale. Il fascismo e l’occupante nazista avevano privato l’Italia non solo della libertà e della democrazia, ma l’avevano stremata anche sul piano economico, lasciandole il peso della ricostruzione e come unica ricchezza le braccia delle sue donne e dei suoi uomini. Poi, come non rendersi conto che la povertà e la disperazione di quegli emigranti li portava ad accettare un lavoro non solo faticosissimo ma anche privo di elementari sicurezze. Il bisogno di quegli anni troppo spesso relegava in secondo piano la sicurezza e i diritti nel lavoro. Solo quell’immane tragedia portò l’Alta Autorità della Comunità Europea del carbone e dell’acciaio, la CECA, la prima delle istituzioni europee, a convocare una conferenza che, sulla base della ricostruzione del disastro, promosse azioni in grado di migliorare le condizioni di lavoro in tutte le miniere dell’Europa comunitaria e di incrementare la sicurezza dei minatori.
È importante vedere oggi come a quella tragedia diede una risposta l’intera Europa, e come da quei fatti avanzò il processo di emancipazione dei lavoratori più deboli e poveri. Ma è altrettanto importante non dimenticare l’enorme prezzo pagato perché ciò avvenisse.
L’8 di agosto sono trascorsi cinquant’anni dal giorno dell’incendio, all’incendio seguirono giorni di dolore e di speranze per la vita di quei minatori, fino a quando il 23 agosto i soccorritori fornirono il terribile verdetto: "Tutti cadaveri". L’emozione dilagò attraverso tutti i mezzi di comunicazione. Non c'erano comunità che non avessero al loro interno traccia dell’emigrazione e del lavoro duro che la stessa si portava appresso.
Oggi è importante ricordare e far conoscere quegli accadimenti luttuosi. In particolare, è indispensabile che l’attenzione sia rivolta ai ragazzi, a loro va fatta conoscere la storia, tutta la storia compresa quella apparentemente meno importante, meno densa di grandi avvenimenti. Una tragedia come quella del Bois du Cazier ha dato impulso all’identità europea anche se ha colpito persone povere e deboli, ma cittadini con lo stesso diritto al futuro di tutti gli altri. I loro bisogni erano enormi e non risolvibili nei loro piccoli villaggi. A noi tocca il compito di operare perché nessuno debba emigrare per necessità, perché il lavorare lontano sia solo libera scelta che arricchisce professionalmente e culturalmente. Per loro non fu così, che possa essere così per i loro nipoti.
Sergio Cofferati
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